Chi era Giulio Avveduti.

 Avveduti è nato a San Potito il 13 maggio 1889 e morto a Lugo nel 1986, nella casa di Via Gramsci dove risiedeva con la moglie. I suoi dipinti, alcuni dei quali sono riprodotti di seguito, sono stati donati dall'artista alla Fondazione con l'intento di lasciarli alla propria città e con la certezza che sarebbero stati custoditi nel modo migliore. Con tale acquisizione e con la conseguente esposizione al pubblico, l'attenzione si sposta verso un pittore noto, esponente di un'arte di provincia non ritardata o convenzionale, ma ricca di umori naturali, di memorie e di emozioni. La creatività che emana da queste opere, tanto schive quanto reali, testimonia di un lavoro condotto in piena trasparenza, lontano da artifici e calato nella quotidianità più viva, quella che anche si respira nella pianura, la stessa nella quale ci si può riconoscere a Lugo. Proporre dunque Avveduti nel suo contesto originario, artista maturo e isolato, non è un'azione di recupero nostalgico, ma un invito consapevole a leggere e a valutare un artista del luogo quale depositario di una parte della storia di tutti.

Iscrittosi alla scuola comunale di disegno e plastica diretta da Domenico Visani, Avveduti frequenta poi lo studio del cotignolese Varoli. Nel 1909 è all'Accademia di Belle Arti di Bologna con Morandi, Licini e Romagnoli. La sua pittura si attesta sui canoni della tradizione ottocentista, rinnovandosi nella sfera del postimpressionismo. Estraneo ad ogni forma di impegno avanguardista, al clima del novecento Avveduti si accosta, non senza qualche esitazione, in forza della sua naturale propensione per una pittura sostanzialmente tonale. Dalla giovanile fase di ricerca, già verso gli anni venti, scaturisce il "modus" pittorico tipicamente avvedutiano con i suoi originali e peculiari valori naturalistici.

Centodecimo anniversario anno della nascita

In tale occasione, l'Assessorato alla Cultura del Comune di Lugo, in collaborazione con l'Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, organizzò una mostra "Natura e sentimento nella pittura di Giulio Avveduti. Scoperte e ritrovamenti". L'esposizione intese riproporre all'attenzione degli studiosi e del pubblico lughese, l'opera di un pittore che è stato certamente tra i più rappresentativi della vicenda artistica romagnola del novecento. Furono esposti oltre sessanta opere provenienti da collezioni private e da civici musei che ripercorrevano la lunga attività creativa di Avveduti a partire dal primo scorcio del secolo scorso; dipinti mai esposti al pubblico e che consentirono nuovi e significativi livelli di conoscenza e di studio con particolare riferimento al periodo della formazione e a quello della prima maturità dell'artista. Fu l'occasione anche per documentare, per la prima volta, l'attività di Avveduti come decoratore, con le imprese pittoriche della Chiesa di San Giacomo e dell'Ospedale Civile di Lugo. A Casa Rossini fu, inoltre, ricostruito il suo studio. L'esposizione, curata da Orlando Piraccini e Daniele Serafini, diede avvio ad un'impresa censitiva tesa a riunire in un catalogo generale la cospicua produzione pittorica del maestro lughese che risultava dispersa in collezioni private e pubbliche sia in ambito romagnolo che sul territorio nazionale. A fianco di questa iniziativa prese altresì avvio il riordino di un consistente "fondo" archivistico riguardante la vita e l'opera di Giulio Avveduti.

Uno sguardo al passato: il diario mai scritto di Giulio Avveduti

Eccomi, contrariamente al mio costume, trovarmi a parlare di me in prima persona. Gli unici documenti rimasti sono i quadri che ho dipinto in un arco di tempo che ormai si aggira sugli ottant'anni. Per non disperdere i quadri che ancora possedevo è nata l'idea della donazione. Mi si chiede di andare a rovistare nel passato per rievocare alcuni episodi della mia vita. Ricordo come ieri le giornate di fuoco sul fronte del Carso. Odiavo la guerra perché mi ripugnava ogni forma di violenza. Non ero tagliato per la vita militare. L'idea poi di restare in attesa di prendere il posto di un morto per essere quindi a mia volta ucciso e rimpiazzato, mi terrorizzava. Non mi si offriva però altra scelta. Era ottobre, pioveva. Dopo aver percorso alcune centinaia di passi, successe l'incredibile. Vedemmo avanzare verso di noi i nostri soldati che urlavano di tornare indietro, di scappare. Ricordo solo che scappai con tutto il fiato che avevo e appena raggiunta la strada maestra continuai a fuggire. Dopo alcuni giorni mi ritrovai a Cosenza. Più tardi, come una pugnalata nella schiena, sentii sussurrare il nome di Caporetto. Dopo un certo tempo avrei dovuto riprendere la strada verso il nord, sennonché mi capitò di fare il ritratto a un mio compagno d'armi. Quando il suo capitano vide il dipinto, gli piacque tanto che volle conoscermi e farsi fare il ritratto anche lui. In breve, trascorsi l'ultimo anno di guerra impugnando i pennelli anziché il fucile. Una decina di anni dopo mi sposai. Come molti compagni di studio e di lavoro, anch'io intrapresi la strada dell'insegnamento. Nei primi anni del secondo dopoguerra tenni la cattedra di disegno a Fusignano. Ho fatto qualche sbaglio. Mi sono accorto in ritardo che rinchiudersi nello studio a lavorare tagliando i ponti col mondo dell'arte è stato un doppio errore, primo perché era un peccato d'orgoglio, poi perché mi sono venuti a mancare gli stimoli che ogni artista ambisce frequentando ambienti qualificati. Nella mia vita, a parte la guerra, non ci sono stati grandi avvenimenti. L'unica cosa importante di cui vado fiero sono i miei quadri. Non saranno tutti capolavori, ma in ogni mio lavoro ho sempre cercato di mettere di me la miglior parte. I capolavori sono rari, come le belle donne, come gli amici e come le belle azioni.

La critica

Avveduti è un pittore con personalità e connotazioni artistiche ben distinte, espressione di una civiltà pittorica che ha conferito un accento preciso alla pittura europea del nostro secolo. La sua pittura si basa sulla qualità dei rapporti di colore, di materia e di forma, mentre la sua notorietà è affidata alla quotidianità del lavoro, al fatto di potervi riconoscere la vita, le cose e un mondo di esprimersi di tutti i giorni come uno specchio familiare che ci accompagna da sempre. Ciò è reso possibile da una buona rudezza del mezzo pittorico, accompagnata da una costante intenzione di ricerca tonale che più compiutamente arriva a esprimersi in alcune nature morte degli anni sessanta dai colori fusi, come di pastello, in cui gli oggetti domestici tendono a sciogliersi in atmosfera cromatica partecipe di una corretta pittura figurativa tonale che caratterizza aree culturali diverse ma senza rilevanti differenziazioni di atteggiamento. Di stampo espressionistico, il suo modo di dipingere provoca anche un senso d'attesa poiché, proprio nella stesura del colore, le stesse tonalità sembrano elaborate per stimolare il ricordo di atmosfere d'ambiente. La pennellata propone un cromatismo gentile, quasi sfumato negli ultimi piani, in cui un voluto equilibrio tonale prevale su quello decorativo. Con ciò, l'artista recupera il paesaggio in chiave neonaturalistica, interpretandolo in una sintesi comprensiva di profondità e di trasparenza. Il pittore non disdegna poi il nudo femminile, inserendo nei suoi dipinti quell'emozione intensa senza la quale l'incarnato dei nudi non palpiterebbe di vita, quasi respirasse. Nelle diverse pose assunte dalle modelle, pare evidente l'intento di coglierne gli aspetti positivi del carattere, pur conscio di quanto possono richiedere i sensi nei momenti dell'esaltazione amorosa. Nel viso di queste sue donne lo sguardo è spinto altrove, in un ipotetico connubio col sogno mentre il sorriso resta scritto sul pensiero. Sono anche nudi caldi, apparentemente abbandonati nel riposo, ma carichi di vita.